Il decreto attuativo che non c’è e i comuni che ci mangiano

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L’ultima legge che ha riformato in modo sostanzioso il Codice della Strada è stata la Legge 120/2010: ne abbiamo parlato tanto, per certi versi bene e per certi altri male. Tra tutte le disposizioni, ce n’era una che meritava particolare encomio e finalmente imponeva che le multe fossero non solo strumento di repressione e arricchimento per le casse dei comuni, ma al contrario che esse fossero di concreta utilità per la sicurezza stradale.
Ci riferiamo all’art. 25 della Legge 120/2010 che ha modificato l’art. 142 del Codice della Strada, prevedendo in sintesi che i comuni debbano devolvere la metà dei proventi ricavati con le multe per eccesso di velocità agli enti proprietari delle strade, con l’obbligo da parte di tali enti di reinvestire quanto così ottenuto in infrastrutture stradali.

Come prendere due piccioni con una fava: affievolire l’interesse dei comuni a far soldi con le multe e destinare metà dei proventi ad opere concrete che possano portare benefici alla sicurezza stradale.
Da un verso, infatti, i comuni smetterebbero di stampare soldi con gli autovelox e presumibilmente ne farebbero un uso più ponderato per garantire il rispetto dei limiti nei tratti di maggior pericolo; dall’altro verso gli enti proprietari delle strade potrebbero trarre una fonte di profitto a destinazione vincolata per la manutenzione delle nostre disastrate strade.

Troppo bello per essere vero e, infatti, la storia non termina con un lieto fine: anzi non termina affatto. Nel senso che tutte le belle promesse contenute nella disposizione in esame sono rimaste pura teoria, lettera morta. Per la loro attuazione sarebbe stato semplicemente necessario un decreto ministeriale, che stabilisse le modalità attraverso cui i comuni disponessero la rendicontazione e il trasferimento della metà dei proventi.
Nulla di complesso, semplicemente quel che avviene generalmente in qualsiasi materia: la legge determina i principi generali e i successivi decreti ministeriali ne disciplinano la materiale esecuzione.
In questo caso, invece, no: dopo i proclami, le belle parole e le buone speranze, la norma è stata lasciata inerte. Il ministero competente (quello delle Infrastrutture e dei Trasporti) è da quasi quattro anni impegnato a svolgere attività evidentemente ritenute più importanti, con buona pace della sicurezza stradale a cui dovrebbero essere destinati i ricavi. Intanto, loro malgrado, le amministrazioni comunali non possono fare a meno di trattenere (e spendere a proprio piacimento) quel che, invece, per legge non gli sarebbe più spettato.

C’è da piangere, ma un po’ anche da ridere. Una legge, infatti, in quanto tale dovrebbe essere certa e, quindi, necessariamente stabile. Dovrebbe cambiare il minimo necessario per assecondare i normali mutamenti sociali, per esserne condizionata anziché condizionarli. Invece il Codice della Strada viene riformato come minimo ogni quattro anni, più spesso dei mondiali di calcio. E allora ci risiamo: nuovi proclami e nuove promesse. Sul portale dell’automobilista si chiede addirittura ai cittadini di esprimere i loro consigli circa le modifiche necessarie.

Invece di girare ancora la ruota, non potremmo semplicemente dare attuazione a quel è già in vigore?

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