Inchiesta autovelox e semafori truccati

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La notizia era nell’aria da diverso tempo, almeno da quando a seguito di un’inchiesta della Guardia di Finanza, la magistratura aveva disposto il sequestro di un impianto semaforico di Segrate (sulla Via Cassanese).
Da Segrate, l’inchiesta si è allargata a macchia d’olio coinvolgendo le amministrazioni comunali di ben diciassette municipalità, distribuite da nord a sud. I comuni coinvolti nello scandalo sono Paullo (Milano), Spino d’Adda (Cremona), Invorio (Novara), Albese con Cassano e Vertemate (Como), Lendinara (Rovigo), Portoferraio (Livorno), Vetralla (Viterbo), Tora e Piccilli (Caserta), Gazzada Schianno (Varese), Redondesco (Mantova), Castellina Marittima (Pisa), Castelnuovo Rangone e Campolongo Maggiore (Modena), Certaldo (Firenze), Cologna ai Colli (Verona) e Larciano e Lari (Pistoia). L’inchiesta, in particolare, ha fatto luce sulle connivenze esistenti tra amministratori e società private addette alla produzione, installazione e manutenzione dei dispositivi di rilevamento.
Secondo quanto emerso dalle indagini, le società private vincevano gare d’appalto che nascevano già orientate in loro favore, grazie a bandi di concorso che escludevano a priori la possibilità che gli appalti potessero essere aggiudicati da società produttrici di dispositivi recanti diverse funzionalità. Le società aggiudicatrici nella maggior parte dei casi non si limitavano a vendere alle amministrazioni comunali i dispositivi, ma ne assumevano direttamente il controllo, provvedendo alle verifiche di funzionamento degli apparecchi. Pare non essere, quindi, un caso che i semafori avessero tempi di durata del giallo ridottissimi (tali da non consentire agli automobilisti di poter decidere per tempo se arrestare il proprio veicolo o impegnare l’incrocio), e che gli autovelox siano risultati non essere correttamente tarati e soprattutto installati in zone a scorrimento veloce (piuttosto che in tratti in cui l’eccessiva velocità avrebbe potuto creare rischi per la collettività, come nelle adiacenze di scuole o parchi pubblici).
Il fenomeno ha evidentemente proporzioni maggiori di quelle fino ad ora venute alla luce e riguarda fenomeni dove il limite tra la buona e la cattiva amministrazione si fa più incerto, lasciando che comunque si insinui il dubbio che la sicurezza stradale sia solo un secondo fine, rispetto alla primaria esigenza di spillare denaro dalle tasche dei cittadini. Così succede, ad esempio, a Rieti dove l’autovelox 104/C2 è installato lungo la Salaria in un tratto posto ben al di fuori del tessuto urbano, dove tenere il limite è oggettivamente difficile; così succede sul raccordo di Cerignola dove la recente installazione del dispositivo 105/SE ha portato una pioggia di multe e ricorsi; così succede perfino nella Capitale, lungo la Via Cristoforo Colombo, dove l’autovelox è stato collocato esattamente a ridosso di un piccolo tratto in discesa della lunga via, dove presumibilmente i veicoli di passaggio avranno maggiore difficoltà a contenere entro i limiti la loro velocità. Così succede per tutti quei numerosissimi comuni che continuano a demandare a società private il servizio di notifica dei verbali, malgrado tale prassi sia stata già dichiarata assolutamente illegittima dalla Corte di Cassazione.
Proprio paventando rischi del genere, nei nostri ricorsi da sempre, chiediamo che le amministrazioni depositino in sede di giudizio copia dei certificati di taratura e delle verifiche di funzionamento effettuate sui dispositivi, contestandone il valore tutte le volte in cui tale documentazione provenga dalle stesse società produttrici dei dispositivi, o da altra concessionaria cui siano devoluti servizi attinenti all’installazione o distribuzione dei dispositivi medesimi (in base al principio di indipendenza dei laboratori preposti alle verifiche metriche).
Pertanto, per chi avesse ricevuto negli ultimi sessanta giorni un verbale di accertamento, soprattutto per eccesso di velocità o passaggio con il rosso, il nostro consiglio è sempre e comunque quello di sollevare opposizione, per richiedere per lo meno che l’amministrazione depositi tutte le opportune certificazioni e dimostri di aver utilizzato il dispositivo in modo conforme a quanto previsto dal relativo decreto di omologazione. A chi, invece, avesse ricevuto da oltre sessanta giorni il proprio verbale o non fosse comunque nella condizione di poter presentare ricorso, il consiglio è quello di conservare tutta la documentazione, in attesa che l’inchiesta assuma contorni più definiti e la magistratura faccia pienamente luce sulla vicenda.

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