La protesta degli avvocati

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Gli avvocati sono in protesta. La notizia è taciuta da chi dirige il mercato dell’informazione. Tv e carta stampata hanno trattato l’argomento dedicando alla questione il poco tempo residuo tra la cronaca rosa e la pagina sportiva, lasciando passare l’idea che le regioni della protesta fossero legate agli interessi economici della categoria, così da alimentare il risentimento di chi pensa: “hanno già tanto e si lamentano“.
Invece non è così. Gli avvocati non sono in protesta per la riduzione (già avvenuta) dei loro compensi. Gli avvocati sono in protesta perché la giustizia non funziona e tendenzialmente in futuro funzionerà sempre meno.
Le ragioni del dissesto sono facili da individuare: i tribunali sono in cronica carenza di personale, le strutture informatiche sono fatiscenti o inesistenti, le procedure sono inutilmente contorte. Senza indugiare in alcuna polemica politica, i governi che si sono ultimamente succeduti hanno semplicemente approfittato delle necessità di rimettere mano al sistema giudiziario imponendo nuove spese e impedendo l’accesso alla Giustizia.
Così, mentre nuovi e vecchi potentati potranno affermarsi e arricchirsi, l’aumento delle spese processuali scoraggerà nel cittadino medio anche solo l’idea di poter invocare la tutela dei propri diritti.

Proviamo con un esempio concreto.

Quando domani un cittadino vorrà richiedere un risarcimento per una lesione subita a seguito di un intervento sanitario si rivolgerà al suo avvocato di fiducia. La situazione che gli sarà prospettata sarà la seguente. Dovrà in primo luogo sostenere le spese di una perizia medica di parte (non meno di qualche centinaio di euro). Successivamente dovrà mettere in conto che, prima di poter vantare alcuna pretesa risarcitoria, dovrà obbligatoriamente invitare il medico responsabile della lesione, ad un tavolo di mediazione. Ciò significa dover investire altro tempo e altri soldi per foraggiare un organismo privato, che tenterà di aiutare le parti a raggiungere un accordo. Se vi sembra un passaggio inutile, sappiate che lo è: naturalmente se le parti fossero disponibili a trovare un accordo lo troverebbero anche senza un mediatore.
Viceversa, la lite sarà inevitabile e, in caso di mancato accordo, il cittadino avrà buttato al vento altre centinaia di euro e sprecato altri mesi per tornare al punto di partenza: fare causa al medico. Ci saranno allora da versare il contributo unificato e la marca da bollo necessari per iscrivere la causa a ruolo. Se il costo della vita aumenta in misura di qualche punto percentuale ogni anno, il costo della marca da bollo è quadruplicato solo negli ultimi mesi. Il valore del contributo unificato aumenta, invece, incessantemente da sempre, con tassi di crescita che farebbero scandalizzare il peggiore degli strozzini.
Versato anche quest’obolo la causa potrà finalmente iniziare.
Ci sarà così da pagare nel corso del giudizio una nuova perizia medica disposta dal giudice (non meno di mille euro) e ci sarà da contribuire alle spese vive che l’avvocato di fiducia dovrà personalmente sostenere per esercitare il suo ufficio, offrendo obbligatoriamente alla sua clientela ad esempio la copertura assicurativa, il pos per i pagamenti con carta di credito, i programmi informatici (a pagamento) necessari per redigere la nota d’iscrizione a ruolo e accedere telematicamente alle cancellerie (per la gioia delle società e softwarehouse che sono state accreditate dal Ministero). Poi ci saranno da pagare le spese di trasferta, poiché a seguito della soppressione di numerosissimi tribunali, il giudice territorialmente competente potrà essere ubicato anche a 80 chilometri di distanza dal luogo in cui l’avvocato svolge abitualmente la propria attività.
Ma non è finita. L’intero giudizio sarà costellato di altre spese e spesucce: per la notifica degli atti, per la richiesta di copie dei provvedimenti, per certificazioni e marche da bollo che l’avvocato dovrà continuamente acquistare non appena avrà messo piede in tribunale. Poi dopo anni finalmente arriverà la sentenza. Se l’avvocato sarà stato capace avrà magari vinto la causa. Tuttavia la trafila non sarà finita: se la controparte, pur ritenuta responsabile, si ostinerà a non pagare sarà necessaria una nuova causa per aggredire e pignorare i suoi beni, il suo immobile o il suo stipendio…sempre che ne abbia e non sia intanto diventato irreperibile! Quindi, ancora contributo unificato da versare, marche da bollo, certificati e visure varie da acquistare.
Ancora anni di attesa prima che lo sventurato cliente riesca ad intascare un solo centesimo del suo risarcimento.

Insomma, tirando le fila, già al primo incontro con il suo cliente, l’avvocato dovrà illustrare al cliente che se la pretesa risulterà fondata dovrà investire migliaia di euro in spese e attendere svariati anni a fronte di un risultato concreto che resterà sempre incerto fino all’ultimo.

E qualora la pretesa dovesse viceversa essere dichiarata infondata e la causa dovesse essere persa? Il cliente vorrà perlomeno sapere le ragioni dell’insuccesso. Non meno del cliente, anche il suo avvocato vorrà comprendere se e dove ha sbagliato, ovvero in virtù di quale norma o precedente giurisprudenziale la lite non ha avuto l’esito che si aspettava, anche al fine di valutare l’ipotesi di appellare la sentenza presso una magistratura superiore.
Nossignore, secondo le ultime previsioni normative, i giudici potranno (anzi dovranno) emettere sentenza senza motivarle. Se vuoi la motivazione devi ancora mettere mano al portafoglio.
Una giustizia che nega le sue ragioni o che le rende solo dietro pagamento, non è giustizia.

Fino ad ora abbiamo parlato solo delle spese vive, senza mai fare cenno agli onorari dell’avvocato per la sua attività. Non è un caso, poiché molto spesso per non aggravare ulteriormente le spese dei propri clienti gli avvocati accettano di lavorare senza richiedere alcun compenso, rimandando la parcella al momento del raggiungimento del risultato o sperando che il giudice condanni la controparte al pagamento delle sue spettanze, sempre che si riesca effettivamente a cavargli un centesimo dalle tasche.

Ma la situazione è in realtà ancor più tragica di quella fino ad ora prospettata, poichè ad onor del vero dovremmo ancora lungamente discutere di altre tematiche estranee all’esempio che abbiamo portato. Ci sarebbe da dire del processo telematico: poteva essere una buona occasione per semplificare e velocizzare le procedure, invece, nelle sue modalità attuative richiede sistemi di sottoscrizione digitale, criptazione dei documenti e trasmissione dei files, così complicati nel loro funzionamento da far impallidire qualsiasi esperto informatico. Così l’avvocato è esposto ad un altissimo rischio di errore per il caso qualcosa non andasse per il verso giusto ed è costretto a pagare di tasca propria tutti i software necessari e i corsi di aggiornamento per imparare ad usarli.

Non solo, perchè ancora ci sarebbe da dire che secondo le ultime riforme sarà ristretto l’accesso al patrocinio a spese dello stato a favore dei cittadini meno abbienti. Bel modo di far diminuire le cause: più o meno è come ridurre il tassi di disoccupazione sterminando i disoccupati.

L’ultimo scempio su cui ci sarebbe da ragionare è l’estensione anche al difensore della responsabilità per lite temeraria. Non poteva esserci via più subdola per impedire agli avvocati di poter prestare tutela ai “diritti scomodi”, ai diritti degli “indifendibili”, ai diritti di chi il sistema ha lasciato per ultimi.

Gli avvocati protestano per questo. Perché affrontano cause incerte, lunghissime, con costi irragionevoli e spesso sono costretti a farlo gratuitamente. Gli avvocati protestano perché sanno di essere l’unico tramite tra i cittadini e i loro diritti, perché è mortificata ed umiliata la loro funzione costituzionale. Gli avvocati protestano non solo perché non perdano clienti, ma perché i clienti, i cittadini, non perdono i loro diritti.
Quanto meno abbiente sarà il cittadino tanto più saranno calpestati i suoi diritti, perché sarà sempre meno economicamente ragionevole domandarne tutela.

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